L’amore ti rende reale

L’amore ti rende reale

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Ogni relazione d’amore, da quelle più significative e importanti, a quelle che sono attimi, brevi occasioni oppure occasioni mancate,   apre, davanti ai nostri occhi una finestra  su di noi e sulla vita reale… sta a noi decidere se vogliamo iniziare a guardare.

Spesso le persone arrivano da me per una storia d’amore finita male, o perché stanche di trovarsi sempre nelle stesse dinamiche relazionali deludenti. Iniziano parlandomi dell’altro, cosa ha fatto, cosa ha detto, come li ha trattati … ma poi, lentamente, mano a mano che si svuotano della rabbia per la ferita che ritengono di aver subito, della tristezza per l’ennesima fine, della paura di essere di nuovo “soli”, iniziano a centrarsi su se stessi … e si accorgono di questa finestra che l’inizio e la fine della storia hanno aperto …  e con il proprio tempo decidono di iniziare ad osservare cosa c’è, iniziano a guardarsi realmente per quello che sono.

La finestra che si apre all inizio, naturalmente, ci mostra un paesaggio colorato e ricco di bellezze da guardare, non vorremmo mai smettere di  goderci il panorama.  La percezione del tempo e dello spazio cambiano:  tutto viene accelerato, il nostro ritmo diventa il ritmo dell’incontro con l’altro, il nostro spazio si allarga per fare spazio anche all’ altro . La nostra energia cambia: la passione  ci fa sentire “vivi”, pieni di entusiasmo, i nostri sensi sono amplificati e ci sentiamo trasportati da un’onda spumeggiante, da una corrente alla quale non sappiamo resistere.

Tutti gli aspetti della nostra vita sembrano migliorare magicamente! Ci sembra di guardare il mondo con occhi nuovi. Anche gli altri ci vedono in modo nuovo, più luminosi, perché noi ci sentiamo nuovi.

L’altro, in qualche modo, diventa lo specchio sul quale proiettiamo tutte le nostre idee, bisogni, motivazioni, mancanze , paure, ma anche le nostre qualità, i nostri sogni ci creiamo delle aspettative, delle illusioni. La finestra che l’altro apre su di noi ci mostra degli aspetti che pensavamo di non avere o che non ci riconoscevamo.  O magari vediamo nell’altro qualcosa che noi non abbiamo e che ci attrae proprio per questo. E’ parte del gioco della seduzione e dell’incontro con l’altro, quindi è difficile evitarlo, forse è la parte più bella, è tutto un scoprirsi e lasciarsi scoprire …

Quando la storia finisce il panorama che vediamo cambia.

Ci vuole tanto coraggio per continuare a tenere la finestra aperta su di noi, ma è una sofferenza che vale la pena attraversare, poichè  la ricompensa è unica e irripetibile: incontrare noi stessi in modo più reale ed autentico.

Capelli bianchi e felicità. Consigli utili

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Nella mia risposta alla email di una lettrica di nome Pina, ho toccato il tema dellamore in età matura che, nonostante gli stereotipi culturali su questa fase esistenziale, è oggigiorno sempre più una realtà e sempre meno un tabù di cui vergognarsi. Questo mi dà loccasione di fare qualche considerazione attorno al significato dinvecchiamento. Intanto c’è da premettere che convenzionalmente s’intende parlare di terza età intorno ai sessantacinque anni di un individuo (coincidente al ritiro lavorativo).
Nello sviluppo della persona la tappa dell’invecchiamento o terza età (ma oramai si parla anche di quarta età) si è allungata notevolmente negli ultimi sessanta’anni grazie agli enormi progressi della medicina e alle migliori condizioni di vita.
Gli studiosi di scienze demografiche sono concordi nell’ipotizzare che nessun’altra epoca ha visto, come l’attuale, una così elevata percentuale di individui vivere fino a così tarda età. Se pensiamo che alla fine dell’Ottocento si considerava entrata nella fase della vecchiaia vera e propria, una persona di circa cinquanta anni e che al contrario oggi i cinquanta anni sono considerati l’età d’oro della maturità, ci rendiamo conto del grande cambiamento avvenuto nel nostro modo concepire noi stessi in relazione al tempo che passa. E d’altronde se cominciamo ad essere considerati e a considerarci “anziani” intorno ai sessantacinque anni e la nostra aspettativa di vita da questo momento è mediamente di altri diciotto anni circa (nel mondo occidentale, specie per il sesso femminile) ci possiamo rendere conto di come ciò influisca nel modo di stare al mondo di chi ha i capelli bianchi oggi!
Ora è più che mai sentita la necessità di invecchiare bene e di vivere in modo più significativo quest’ultima fase esistenziale proprio perché si tratta di un periodo molto più lungo rispetto al passato. Fondamentale quindi mantenersi in salute ed equilibrio il più a lungo possibile. E quali sono i fattori che incidono positivamente su questi aspetti nella terza età?
Molto importante in questo senso si è rivelato attraverso gli studi compiuti, il ruolo dei legami affettivi, familiari, di coppia e amicali, perché rappresentano per l’anziano una sorta di “base sicura” in grado di fornire supporto emotivo, benessere e tranquillità. Molteplici ricerche internazionali hanno difatti largamente evidenziato come nella vita dell’anziano la qualità delle sue relazioni affettive e il sentirsi prossimi e intimi di qualcun altro, sia condizione basilare per mantenere il proprio benessere psico-fisico.
Tra gli over sessantacinque, cioè, si ammalerebbero di meno e vivrebbero di più, coloro che a parità delle stesse condizioni mediche e relative cure, possono contare su adeguate reti relazionali attive (siano esse rappresentate dal partner inteso come principale figura d’attaccamento- o da altri parenti o da amici), rispetto a quelli che ne sono sprovvisti.
Il concetto di” base sicura “ deriva dalla “teoria dell’attaccamento” di J. Bowlby, grande psicologo inglese, una cui affermazione a proposito che mi pare opportuno citare: “ Nel corso della vita adulta la disponibilità di una figura d’attaccamento che sia pronta a dar risposta rimane la fonte del sentimento di sicurezza di una persona. Tutti noi dalla culla alla bara, siamo felicissimi quando la vita è organizzata come una serie di escursioni, lunghe o brevi, dalla base sicura dalla/e nostra/e figure/e d’attaccamento.
Vale la pena, credo, riflettere su questa frase proprio nel senso di ragionare sulla valenza quasi terapeutica che vanno ad assumere i rapporti di scambio e supporto reciproco, con figure significative della propria vita, ad ogni età nel mantenere il senso interiore di sicurezza. E poiché tale sicurezza si traduce, secondo numerosi ricercatori, in un maggior benessere fisico-corporeo, poter contare su intensi legami d’attaccamento nella fase esistenziale della vecchiaia diventa un fattore protettivo della salute fisica e mentale. Non si può quindi che incoraggiare chi ha i capelli bianchi a mantenere o a costruire delle buone relazioni sociali e affettive non cedendo allatentazione di isolarsi poiché non ci si considera più “attivi”, “produttivi”, “interessanti” secondo l’ottica efficientista ed estetizzante vigente nella nostra società. Per non cadere poi in una sorta di autocommiserazione, che è la vera tentazione, forse, di chi arriva a questa tappa vitale, in cui la sensazione di perdita (di persone care, di ruolo sociale, di forma fisica) può prevalere sul senso della possibilità evolutiva, vorrei riportare alcuni consigli dello psicologo americano Robert Peck.
Egli parla di un cammino psicologico da percorrere per rendere significativo il compito evolutivo che è insito nelletà matura (nel senso di invecchiare bene) e si può riassumere in cinque tipi di atteggiamenti da tenere:
1. Ricercare la duttilità emotiva evitando l’impoverimento emotivo;
2. Promuovere la duttilità mentale evitando la rigidità e l’impoverimento mentale;
3. Rinnovare le relazioni superando la sola dimensione sessuale;

4. Valorizzare la saggezza invece di valorizzare la forza fisica;

5. Giungere alla saggezza, all’attenzione, alla compassione.

Ad ogni età, quindi, cè una lezione da imparare, una sfida da superare sia mentale che emotiva e non si smette mai di evolvere e migliorarsi. E ad ogni età è presente listanza di esprimere e ricevere in senso affettivo e relazionale e non va nascosta, ma seguita con equilibrio.

Haplochromis labrosus

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Haplochromis labrosus trova diffusione in natura nelle rive rocciose delle isole Mbenji, collocate nella parte sudoccidentale del lago Malawi.
La classificazione di questo esemplare era in origine attribuita al genere Melanochromis, che a quanto pare è stata poi corretta perchè tale classificazione è stata riconosciuta errata.
La spesse e robuste labbra di questo pesce sono munite di una sorta di uncino, labbra evidenti, a cui è dovuto come si evince chiaramente, il nome scientifico.
Questa evoluzione morfologica di Haplochromis labrosus è certamente dovuta alle esigenze di sopravvivenza dettate dal suo habitat naturale.
Come citato in questa pagina del blog a proposito dellanatomìa dei pesci e gli organi sensoriali, appare chiaro come determinate caratteristiche siano state attribuite dalla Natura grazie ad una evoluzione ben precisa che possa permettere ai pesci di vivere nelle migliori condizioni possibili nel loro habitat naturale.

Questa caratteristica della labbra è inoltre riscontrabile in altri Ciclidi che appartengono a differenti zone ittiogeografiche.
Haplochromis labrosus raggiunge una lunghezza da adulto di 15 cm circa, il corpo è compresso ai lati sebben robusto, il capo grosso dove spiccano le labbra cui già accennato.
A partire dallopercolo branchiale fino al peduncolo caudale si estendono cinque bande scure verticali, larghe, altra banda scura si trova sullo stesso opercolo branchiale e si estende fin sul capo.
La colorazione della livrea è di un ruggine/giallastro; tutto questo, tanto per il colore quanto per la bande scure, si riferisce ad esemplari giovani e femmine adulte, mentre i maschi da adulti mostrano differenti colorazioni sul capo.
Di un blu acceso con riflessi metallici nella parte superiore, ed in quella inferiore un blu turchese, verdastra, colorazione che si estende in maniera quasi uniforme su tutto il corpo degli esemplari maschi adulti quando corteggiano le femmine.
Grazie a queste peculiarità relative al cromodimorfismo è possibile dunque distinguere i maschi dalle femmine con una certa facilità.
Interessante citare inoltre come la caratteristica delle labbra di Haplochromis labrosus permetta di cibarsi di aufwuchs, in modo piuttosto intenso.
Addirittura con le spesse labbra pare possa quasi aggrapparsi a piccole fessure della roccia per risucchiare letteralmente microrganismi e piccole prede.

Queste labbra sviluppate funzionano poi come particolari organi sensoriali, in grado di far rilevare al pesce la presenza di piccole larve, grazie allelevato numero di cellule estremamente sensibili presenti nelle labbra stesse.
Larredamento della vasca (capiente, ideale almeno 400 litri, ben sviluppata in LxAxP) deve prevedere come ben si può supporre numerosi anfratti rocciosi, sassi, possibile la presenza di qualche pianta con fogliame coriaceo, ad esempio del genere Anubias, piante belle, resistenti e decorative.
La capienza della vasca è di basilare importanza anche per la dimensione che Haplochromis labrosus è in grado di raggiungere, di tutto rispetto specie in cattività dove deve, comunque, vivere in uno spazio ben delimitato.
Può manifestare una certa aggressività verso altri pesci che con questa specie convivono, ideale tenere per ogni maschio 3 o 4 femmine, anche per questa specie si tratta di incubatore orale particolarmente specializzato.
Idonea risulta la convivenza con altri pesci del genere Haplochromis, od altri Ciclidi Mbuna come Pseudotropheus, Labeotropheus, Melanochromis.
Ottimo mangiatore, da adulto preferisce pezzi di cibo adeguati alla sua taglia, alimentazione ben variegata con polpa di pesce, gamberetti, chironomus, cibo vegetale, etc.

Igiene Orale

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L’igiene orale è alla base di qualsiasi trattamento che puň essere eseguito all’interno della bocca di un paziente. Ogni volta che viene eseguita una terapia odontoiatrica dovremo fare i conti con la capacità del paziente di mantenere pulito il proprio cavo orale.
Infatti sulla superficie dei denti batteri e residui di cibo formano una patina bianca chiamata placca microbica. Questa inizia a rendersi evidente in 24 ore, mentre tende a calcificare e a trasformarsi in tartaro in 48-72 ore e infine quest’ultimo sarŕ visibile dopo 7-15 giorni.
Alcuni tipi di batteri contenuti nella placca trasformano gli zuccheri contenuti negli alimenti in acidi, che demineralizzano lo smalto. Se la placca resta sulla superficie dei denti a lungo permettendo agli acidi di agire indisturbati, nello smalto si formeranno delle cavità (carie) (vedi conservativa). Inoltre i batteri possono infiammare le gengive e si parla allora di gengivite. Se poi la gengivite non viene curata, anche i tessuti di sostegno dei denti possono infiammarsi e andare incontro ad una parodontite (vedi parodontologia). E’ quindi importante che il paziente sia in grado di mantenere un buon grado di igiene orale al fine di evitare tali patologie.
Tutto ciň si traduce prima di tutto nella capacitŕ di saper eliminare i batteri dalla propria bocca in modo efficace e non traumatico, cioč saperli spazzolare correttamente.
Occorre perciň eliminare i batteri dalla placca microbica perché senza batteri non c’č patologia.
In commercio esiste una vasta scelta di spazzolini, sia manuali che elettrici. Sono validi entrambi, è però importante che siano provvisti di setole morbide o medie, mai dure, che potrebbero causare recessioni gengivali (abbassamento del margine gengivale traumatizzato)e ferite. La testa dello spazzolino deve essere piccola in modo da poter raggiungere facilmente anche le zone posteriori della bocca.

Presidi per l’igiene orale domiciliare: esempi di spazzolini elettrici e manuali e dentifrici


Saper spazzolare bene i propri denti ci garantisce di mantenerli in buona salute a lungo.
E’ importante perciň che ogni paziente sia in grado di spazzolare in modo corretto i propri denti e per fare ciň il dentista o l’igienista devono modificare le abitudini sbagliate di spazzolamento. Innanzitutto č da ricordare che una buona pulizia dei denti va fatta ad arcate separate e che si comincia sempre dagli elementi dentali posteriori, mentre di solito ci si sofferma di piů sugli elementi anteriori per la loro valenza estetica.
Lo spazzolino va tenuto ben saldo nel palmo della mano e si comincia sempre dalle superfici
interne dei molari inferiori. Si spazzola posizionando lo spazzolino dalla zona della gengiva e si esegue un movimento rotatorio verso l’alto. In questo modo si rimuoverŕ la placca sopragengivale e si eviterŕ che questa si porti sotto gengiva. La pressione con cui si esegue il movimento deve essere leggero e seguendo il profilo dei denti. Lo stesso movimento andrŕ eseguito sulla superficie esterna dei denti posteriori, aiutandoci con un dito per allargare lo spazio della guancia e raggiungere meglio la zona da pulire.
Per spazzolare correttamente la zona dei denti anteriori, possiamo aiutarci spostando il labbro inferiore con la mano libera e le setole dello spazzolino devono essere sempre orientate verso il basso, sul margine gengivale. Poi con un movimento rotatorio si passa dalle gengive ai denti.
Per pulire poi la faccia interna dei denti anteriori si deve far entrare tutta la testa dello spazzolino all’interno della bocca, sempre con un movimento rotatorio dal rosa della gengiva al bianco dei denti.

E’ inoltre necessario, per rimuovere correttamente tutto il microfilm batterico e risolvere spiacevoli casi di alitosi, pulire anche la superficie superiore della lingua. Lo si puň fare con lo stesso spazzolino o adoperare dei raschietti, composti da una o piů lamelle e costituiti o meno da setole. Sulla superficie ruvida della lingua infatti si depositano molti batteri e i residui maleodoranti della decomposizione dei cibi e facendo passare lo spazzolino o gli appositi raschietti sulla sua superficie dalla parte piů profonda verso la punta, otterremo una buona detersione.

Per pulire correttamente gli spazi interdentali sono poi necessari altri presidi, dato che le setole dello spazzolino non sono in grado di passare tra gli stretti spazi presenti tra un dente e l’altro. La scelta dello strumento piů idoneo viene effettuata sulla base di vari fattori anatomici ed individuali, quali la presenza/assenza della papilla interdentale (cioè della gengiva tra un dente e l’altro), la dimensione dello spazio interdentale, infine l’abilitŕ manuale del singolo paziente.
Se gli spazi interdentali si allargano a causa del normale arretramento delle gengive (recessioni gengivali), il filo interdentale puň non bastare per rimuovere i residui di cibo e la placca. Lo stesso puň capitare nel caso di protesi a ponte o di impianti, in cui l’igiene tra le corone della protesi risulterŕ disagevole. In queste situazioni saranno piů utili gli scovolini interdentali, strumenti che presentano un manico e una sola fila di setole a spirale e che verranno introdotti con cautela e mossi un paio di volte avanti e indietro.

Adolescenza e disagio giovanile: consigli utili

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La mancanza di modelli stabili, a cui l’adolescente non può aggrapparsi e ritenere come punto di riferimento fondamentali, troppo permissivismo o troppa autorità a scapito dell’autorevolezza, mancanza del dialogo tra genitori e figli sono aspetti, che secondo gli psicologi più accreditati, stanno alla base del disagio giovanile.

Nell’adolescenza, quando i ragazzi entrano in contatto con genitori e adulti, può succedere che assumano degli atteggiamenti di sfida e di ribellione, che anche se non sono piacevoli per chi li subisce, costituiscono un’inevitabile tappa della crescita. Con il passare del tempo, nei casi ritenuti “normali” tali atteggiamenti tendono a sfumare e a trasformarsi in confronto positivo.

Ma, quando la comprensione e il dialogo tra giovani e famiglia si interrompono, gli atteggiamenti di sfida e di ribellione potrebbero aumentare. La difficoltà di essere come i genitori vorrebbero che l’adolescente  fosse e l’incomprensione di chi gli sta vicino tendono ad aumentare  l’ instabilità emozionale già propria del giovane. Ultimamente, anche la produzione cinematografica “ha puntato i riflettori” sul mondo giovanile e sui problemi ai quali bisognerebbe trovare delle soluzioni.  Infatti, nella prima decade di ottobre, in alcune sale cinematografiche italiane, è uscito il film Amoreodio” di Cristian Scardigno, il quale si ispira alla terribile vicenda di Erika ed Omar, i due adolescenti che hanno ucciso e massacrato a coltellate la madre e il fratellino della ragazza. Episodio che va indubbiamente ad allungare la lista della cronaca nera familiare non solo del nostro Paese, ma anche di quella mondiale. Il film ci invita a prendere atto dell’esistenza di una realtà parallela alla nostra, che mette letteralmente paura e che ci pone difronte a degli interrogativi: “Cosa spinge gli adolescenti a imboccare strade senza via d’uscita? Abuso di sostanze stupefacenti? Problemi psicologici esistenti? Genitori assenti? permissivi? autoritari? Mancanza di dialogo? di amici?”…

La lista continuerebbe all’infinito, ma le risposte, pur se diversificate tra loro, avrebbero un unico denominatore: Disagio giovanile e Famiglia(intesa anche come prima ed importante soccorritrice)

Sarebbe opportuno da parte dei genitori un interessamento più attento, in fatto di protezione e sicurezza dei propri figli, e di maggiore disponibilità intesa come apertura al dialogo.  Ascoltiamo  quello che i giovani hanno da dire, ascoltiamo i loro problemi, per quanto irrisori o scontati possano apparire ai nostri occhi, ascoltiamo quelle che sono le loro ansie affinché con un nostro sorriso e una nostra raccomandazione possiamo contribuire a renderle più gestibili. Scendiamo dal piedistallo, dalla cattedra, per far capire loro che:

  • Anche noi, prima di essere i loro genitori, siamo stati adolescenti e pertanto sappiamo bene quello che sentono;
  • siamo a conoscenza  dell’amplificazione a cui è sottoposto qualsiasi turbamento;
  • conosciamo perfettamente il loro senso di inadeguatezza, gli sbalzi d’umore o quel senso di vuoto e di tristezza immotivato.

Sappiamo perché siamo stati! Tutto ha una spiegazione: la crescita!  

Vi lascio citando una storia del ciclo di Mulla Nasrudin, che appartiene  alla tradizione sufi, ricco di apologi divertenti che spesso celano un insegnamento filosofico:

Un uomo vide Mulla che cercava qualcosa per terra  davanti a  casa..

“Cosa hai perso, Mulla?”, gli chiese luomo. “La chiave”, rispose Mulla. Così, i due  si misero in ginocchio a cercarla. Dopo un po’ l’uomo chiese: “ Dove ti è caduta esattamente?” -“In casa”rspose Mulla.

-“Ma allora perché la cerchi qui?”, disse sorpreso l’uomo.

-“Perché c’è più luce che dentro casa”, rispose Mulla.

Anche noi, come Mulla Nasrudin, siamo soliti “cercare” dove c’è più luce. Così continuiamo a ‘girare’ in tondo, rimurginando argomenti e pensieri ripetitivi e circolari, e non arriviamo da nessuna parte. Facciamoci coraggio quindi a rientrare in casa e a cercare la chiave dove possiamo davvero trovarla.